Cibo, il grande spreco.
In occasione di queste giornate di festa e abbuffate, posto questo articolo di Gaia Piccardi tratto dal Corriere della Sera del 17 febbraio del 2008. Ciò che racconta è interessante e fa pensare…

Tavola imbandita. George Flegel
Finiscono tra i rifiuti il 15% del pane e della pasta che vengono acquistati in Italia, il 18% della carne e il 12% della verdura e della frutta.Il Banco alimentare nel 2007 ha raccolto e redistribuito alimenti per 165 milioni di euro.E ora recupera anche i pasti da mense e ristoranti.Buttate 4 mila tonnellate al giorno Nella pattumiera 584 euro a testa.
I Grandi Spreconi, i supermercati, in media gettano via 170 tonnellate all’ anno di cibo perfettamente consumabile, pari a sette tir pieni. I Piccoli Spreconi, noi, da qui alla fine del 2008 avranno buttato in pattumiera 27 kg di cibo commestibile, per uno scialo annuale di circa 584 euro. Ogni giorno finiscono in discarica 4 mila tonnellate di alimenti: il 15% del pane e della pasta che gli italiani acquistano quotidianamente, il 18% della carne e il 12% della verdura e della frutta. Eppure, con un po’ più di coscienza etica, basterebbe un semplice passaggio tra stomaci per trasformare l’ avanzo in risorsa e lo spreco in sviluppo sostenibile. E, magari, evitare realtà come quella di Napoli, sommersa dai suoi stessi scarti e da un cortocircuito nella connessione tra rifiuti e smaltimento. Dal bancale al cornetto alla crema Che fine fanno, all’ orario di chiusura, i bignè invenduti della pasticceria all’ angolo? E le casse di frutta appena ammaccata dell’ Ortomercato? E, in crescendo, tutte le eccedenze alimentari della catena della grande distribuzione? Quei prodotti, cioè, che pur integri e commestibili vengono tolti dal commercio per le ragioni più varie: errori sulle etichette, rinnovamento del packaging, stagionalità (le enormi eccedenze di panettoni dal 26 dicembre o di uova di cioccolato da Pasquetta, per esempio), prossimità alla data di scadenza consigliata, eventi meteo imprevisti (in un’ estate dal clima insolitamente mite scendono a picco i consumi di cibi freschi), cessazioni di attività. In totale, sono 6 milioni le tonnellate di alimenti di varia provenienza scartate ogni anno in Italia. Con esse si potrebbero sfamare 3 milioni di persone. Molto già si fa, moltissimo potrebbe essere fatto. Il Banco del (mutuo) soccorso Creato nell’ 89 su iniziativa di don Giussani e Danilo Fossati, presidente della Star, la fondazione Banco Alimentare Onlus raccoglie e ridistribuisce tra gli enti e le associazioni convenzionate le eccedenze alimentari a livello nazionale. «La richiesta di cibo è potenzialmente infinita – spiega Marco Lucchini, direttore della fondazione BA -. Solo nel 2007 abbiamo recuperato 59 mila tonnellate di alimenti provenienti dall’ Agea, l’ agenzia per le erogazioni in agricoltura che distribuisce le eccedenze di produzione agricola e industriale, dal settore ortofrutta, dalla grande distribuzione, dalle collette e dalla ristorazione». I supermercati (quasi tutti) e le piccole e grandi aziende affiliate al BA, che ha sedi in tutta Italia e fa parte di una Federazione europea che raccoglie 174 banchi in 12 Paesi, permettono di assistere oltre 8 mila strutture e quasi un milione e mezzo di indigenti. La stima economica del «raccolto» 2007 di BA è stata di 165 milioni di euro. In applicazione della legge del buon samaritano (n.155/2003), che disciplina la distribuzione dei prodotti alimentari a fini di solidarietà sociale, cinque anni fa è nato il progetto Siticibo («siti» è l’ italianizzazione della parola inglese city), che recupera cibo cotto e fresco in eccedenza presso la ristorazione organizzata (mense aziendali, refettori scolastici, alberghi, persino il Gran Premio di F1 di Monza) e lo gira in poche ore (tra preparazione e ritiro non ne passano più di 24) ad enti caritativi che assistono persone bisognose. La ratio della legge è incoraggiare il recupero di prodotti perfettamente commestibili, il cui unico svantaggio è aver perso valore commerciale. Il risultato? 340.500 porzioni di piatti pronti servite a Milano dal 2003 al 2007. «Prima della legge eravamo fermi al cibo fresco confezionato – dice Lucchini -, ora possiamo raccogliere anche il cotto. Ma è importante sottolineare il valore aggiunto, che è educativo: i bambini nelle scuole, per esempio, da quando c’ è Siticibo a tavola sprecano meno pane…». L’ ultimo minuto A Bologna, coordinato dal professor Andrea Segrè, preside della facoltà di agraria, nel ‘ 98 Last Minute Market vede la luce come attività di ricerca («Continuavo a chiedermi: possibile che nei negozi si venda sempre tutto? Dove finisce il cibo, ancora buono, che rimane? Si può trasformare l’ avanzo in nuova risorsa?»), poi diventata realtà imprenditoriale nel 2003. La missione di LMM è non sprecare nemmeno un minuto e nemmeno un prodotto: «Qualche anno fa – racconta il professor Segrè – un viaggio dietro le quinte di un ipermercato mi scandalizzò: gli alimenti avanzati e commestibili finivano in un container ed erano considerati un rifiuto. Assurdo!». La sfida, da quel momento, è diventata convertire lo spreco in risorsa e rendere il recupero sostenibile: «Pensare di sfamare il Terzo mondo con i nostri avanzi non ha senso. Perché il sistema si autoregga il criterio è quello della continuità: raccolgo, distribuisco e consumo tutto nel raggio di pochi chilometri, senza costi di conservazione e trasporto e senza inquinamento». LMM, nel suo prezioso piccolo, è attivo in Emilia e soprattutto nel Nord Italia, è un servizio di consulenza rivolto alle istituzioni (Asl, comuni, province), ai mercati all’ ingrosso, alle piccole e grandi imprese della distribuzione e alle associazioni per i poveri. «Lavoriamo con chi ci contatta, sapendo che gli sprechi sono ancora enormi e che le aziende sono fatte per vendere, non per regalare». La tendenza, cioè, dall’ ipermercato al verduraio di quartiere, è tentarle tutte per piazzare il prodotto: la lattuga raccolta oggi, tolte le foglie esterne, domani verrà rimessa sul banco con un peso (e un costo) inferiore; la sogliola fresca, domani diventerà un filetto di sogliola, e così via. «I margini di abbattimento dello spreco sono a tutt’ oggi enormi – puntualizza Lucchini -. Potrebbero crescere soprattutto la grande distribuzione e la ristorazione…». In un quadro in cui, oltre al Banco, esistono solo realtà spot (il Pane Quotidiano a Milano o la Comunità di Sant’ Egidio a Roma, per esempio), perché non creare punti di smistamento del surplus fuori dai supermercati, magari dopo la chiusura, a cui i bisognosi possano attingere; oppure banchetti nei mercati rionali, affidati a volontari, per rimettere in circolo lo yogurt in scadenza e il pane appena raffermo? L’ iniziativa privata È la prossima frontiera. «L’ idea è permettere al privato, che non è tenuto a rispettare gli standard qualitativi delle imprese, di contribuire alla trasformazione degli avanzi in risorse. Come? Formandolo e istruendolo» dice Lucchini. Inserendolo, cioè, nella catena alimentare del riciclo: il Grande Sprecone diventa fonte di approvvigionamento. Con un po’ di buona volontà, diretta. Nel film premio speciale a Venezia, l’ avanzo di cous cous di pesce viene regalato al barbone sotto casa. Poco? Forse, ma qualcosa. Un inizio. Cogito, ergo cibum.


