Sabrya – di Enrica Bontempelli
Sabrya è l’ultima piccola oasi, l’ultimo avamposto della regione prima del deserto. Il paese è steso, bianco e panna e sgarupato, sul lato destro dell’oasi. Giorgio lo lasciamo lì, ad aggirarsi in trance in ogni angolo di strada e ad infilarsi in qualsiasi porta trovi aperta. Quando gli chiederò più avanti come sta impostando il lavoro del reportage fotografico, mi dirà che pensa di raccontare il suo viaggio attraverso i volti delle donne. Noi proseguiamo a piedi, e vorremmo farlo nel silenzio e goderci ciò che laggiù, dove viviamo, è sempre così raro. Paolo si lascia subito attrarre da un giro in dromedario, lo vedo allontanarsi nel sole. Oltre il paese c’è un piccolo forte, forse retaggio dell’occupazione Francese. Faccio un giretto sulle dune, provo l’ebbrezza di scivolare sul mantello di una duna (se ti lasci andare, la sabbia ti porta giù indenne – sembra di planare sulla cresta di un’onda solida e dorata, perché a quest’ora il suo colore è caldo come l’ambra) e poi mi arrampico verso l’Erg e contemplo la distesa infinita, dune picchiettate di verde (adesso che l’inverno non uccide l’erba) e ammassate le une sulle altre, come certi cieli d’autunno fitti fitti di nuvole, a pecorelle. Poi torno al forte e mi siedo accanto ad una tettoia: tre, quattro donne berbere stanno parlottando accanto al pozzo, poi aggiustano un fuocherello di sterpi e cominciano a impastare il pane. Alcune manciate di pasta vengono cotte schiacciandole contro le pareti calde di una pentola di ferro. Infine schiacciano una grande palla già lavorata e la sistemano sotto gli sterpi ormai inceneriti, direttamente sulla sabbia. Sono sola, adesso, ci sono solo le donne visto che i tre, quattro uomini che erano seduti sotto la pensilina di paglia dell’ingresso sono andati via. E qui .. non so perché ma …mi cadono le lacrime dagli occhi. Forse è l’emozione di essere seduta a due passi da donne che non hanno niente in comune con me, che non sanno niente della mia vita, come io non so niente della loro. Forse è questo improbabile stare sulla soglia di un mondo che non avresti mai pensato di vedere con i tuoi occhi, non mediato da un documentario del National Geografic o da un film d’essai. La soglia… attraversarla o non attraversarla …dove e come spingersi al limite senza invadere con il mio mondo il loro mondo…mi sorridono e mi offrono un pezzo di pane caldo. E’ una porta che non ho attraversato, ho solo guardato dentro stando seduta sul limitare della scena. E ho fatto benissimo, visto che mezz’ora dopo a una signora in stivali bianchi di pelle ed un’invadente macchina fotografica, le donne han detto di no alla sua poca sensibilità nel rubare uno scatto senza chiedere. Senza permesso, senza la pazienza di aspettare, senza capire di essere al limite l’una nei confronti delle altre, al limite dell’arroganza, dell’indecenza e del possibile.




