Salutate il vento. – di Augusto Da Rin
Mi era sempre parso di essere di troppo, per questo avevo deciso di andarmene, adesso a distanza di dieci anni mi chiedevo che cosa fosse cambiato nella mia vita, ci riflettei, ma non troppo, avevo un affare in sospeso, dovevo occuparmi di una questione molto importante.
Non avremmo mai avuto scampo, non dovevamo essere qui stasera, eppure eravamo al molo numero 13 di questo porto dimenticato da Dio a cercare di farci ammazzare per portare a casa pochi soldi, non saprei dirvi come mi sono potuto ridurre a questo, ho sempre pensato di essere un grande uomo, e mi scopro sempre più coglione, mentre la nave attraccava, guardavo Mario che si accendeva l’ennesima sigaretta nella speranza di calmarsi, io ormai avevo smesso di fumare da otto anni, non perché ci tenga alla mia salute, no, di quella non me ne è mai fregato nulla, solo per i soldi, non mi andava di spendere tutti quei soldi in fumo.
Improvvisamente arrivò un vento freddo, e fui pervaso dai miei ricordi di ragazzo, quando andavo lungo la costa a vedere le petroliere che si avvicinavano al porto, la malinconia mi colpì allo stomaco, come solo un treno avrebbe potuto fare, ma tutto questo durò poco, ci pensò Mario a riportarmi con i piedi per terra, perché la nave era arrivata, e i suoi amici ci avrebbero dato un pacchetto da portare dall’altra parte della città, quello che ne io ne Mario sapevamo è che il pacchetto pesava 70 Chilogrammi, e non era certo facile da nascondere nella mia macchina, che definire cesso, è fargli un complimento.
Mentre noi cercavamo di trovare gli amici di Mario, loro trovarono noi, scesero da una passerella secondaria che non avevo notato, visto che ho una vista da talpa, Mario fingeva, malissimo di non essere preda del terrore, a me invece la si leggeva in fronte la parola terrore, non avevo mai visto dei tizzi tanto brutti e con l’aria da ceffi come quelli, erano il prototipo dell’assassino, e io stavo per fare loro da postino, e speravo solo quello, ci vollero circa trenta minuti per spostare la macchina e caricare la cassa, loro, gli amici di Mario, non ci pensarono nemmeno un secondo ad aiutarci, si assicurarono solo che la cassa fosse caricata, il lavoro faticoso tutto a noi due, che cosa bisogna fare per guadagnarsi 500.000 mila lire.
Non sapevamo nessuno dei due che cosa contenesse quella cassa, e ci auguravamo che nessuno per strada ci fermasse per chiedercelo, appena lasciato il cancello del porto con il nostro carico in macchina, pensavo che non avrei più avuto terrore, solo paura, ma invece, fu il contrario, le gambe mi iniziarono a tremare cosi tanto che Mario, che stava guidando, inchiodò la machina perché pensava mi fosse venuto un attacco epilettico, quando comprese cosa mi era preso, mi prese a ceffoni, cosi forti che avrebbe steso un toro, e lo devo ringraziare per questo, perché alla fine riuscì a farmi calmare, e non ebbi più attacchi di tremarella.
Non ero mai stato un eroe, anzi, il mio credo era sempre stato : ” meglio un codardo vivo che un eroe morto.”, e non avevo alcuna intenzione di cambiare opinione quella notte.
La città si stava svegliando, erano circa le cinque e mezzo del mattino quando passammo per il centro, ci mancava ancora metà del percorso, poi avremmo scaricato il pacco, saremmo stati pagati, e ce ne saremmo andati a casa con i nostri sudati soldi, questo pensavo, quando mi accorsi che una macchina dei carabinieri ci seguiva, mi venne un infarto sull’istante, Mario dall’espressione del mio viso, comprese che c’era qualcosa che non andava, lui, aveva tanto sonno, che non l’aveva notata, anche se era mattina presto e su quella strada c’erano al massimo altre 6 macchine oltre a noi, a questo punto i carabinieri accendono la sirena, io faccio il segno della croce e inizio a pregare, Mario piange, riesce solo a dire:” chi lo dice a mia moglie”, già pure la moglie, non poteva restare single o al massimo convivere, adesso il militare che sta accanto al guidatore tira fuori la paletta, la loro macchina ci si affianca, e con quel pezzo di plastica colorato, ci fa segno di fermarci, è la fine, questo penso, se non ci arrestano mi faccio prete, giuro che mi faccio prete e poi vivo come un santo, sempre sperando che martire non mi ci facciano diventare gli amici di Mario perché questi due si sono messi in testa di arrestare qualcuno prima di farsi dare il cambio della mattina.
Ci fermiamo sul bordo della strada, e con mia grande sorpresa noto che Mario è calmo, gli occhi rossi, le guance rigate dalle lacrime, ma incredibilmente calmo, uno dei due carabinieri gli si avvicina, l’altro nel frattempo si apposta dietro e si avvicina allo sportello della macchina dove sono io, :” patente e libretto ” sento chiedere a Mario, glieli porgo io, a questo punto il militare che ha in mano i documenti chiede chi è Marco Costa, e gli rispondo io, che la macchina è mia, e che siccome mi è appena morta la suocera, e stiamo tornando adesso da casa sua, il mio amico sta guidando al posto mio, perché io non me la sentivo, non so da quale angolo della mia mente siano sgorgati questi pensieri, so solo che sono usciti, senza che io ne fossi cosciente, e con un fare talmente commovente e teatrale, che alla fine i carabinieri mi fecero pure le condoglianze, a me , e anche a Mario, visto che avevano notato i suoi occhi rossi e le lacrime, non ci credevo, restammo li per altri cinque o forse dieci minuti, prima di renderci pienamente conto di quello che era successo, e del fatto che dovevamo ancora finire il nostro lavoro.
Ci vollero circa 20 minuti prima di arrivare a destinazione, in strada, si vedevano le prima persone, i pendolari, quelli che vanno a prendere il treno in stazione centrale per andare e lavora fuori città e tornare alla sera tardi stanchi e disumanizzati.
Il posto dove dovevamo portare il pacchettino, era dentro uno dei migliori quartieri, quando giungemmo a destinazione ricordo che mi sentii quasi liberato, ci venne in mente che, a questo punto che nessuno dei due aveva capito nulla di cosa dovevamo fare una volta arrivati a destinazione, aspettammo alcuni minuti, finché un ragazzo sui 20 anni circa, ma forse meno, ci venne incontro, e con fare da duro ci disse che eravamo dei coglioni, e che dovevamo essere li da almeno 20 minuti, che eravamo in ritardo e che questo non andava bene, poi salì in macchina con noi e ci indicò passo passo dove andare, finché non fummo in uno dei quartieri più pericolosi della città, ogni tanto fino a metà strada notai che una moto ci seguiva, forse per controllare che il ragazzo non avesse problemi.
Il nostro ragazzo ci fece fermare, ci insultò ancora per il casino che avevamo fatto arrivando in ritardo, e mi passò una cartina con indicato un indirizzo distante da dove ci trovavamo noi circa un chilometro, scese dalla macchina e ci disse di andare li, che sarebbe arrivato qualcuno a prendere il pacchetto e a darci i nostri soldi, fatto questo salì su una delle moto che avevo visto seguirci durante il tragitto e svanì.
Trovare il posto non fu difficile, era una casa, che sembrava una caserma, e spiccava come un garofano tra le margherite, in confronto alle altre case, aspettammo, e per uno strano caso del destino, tra tutte le cose che mi potevano venire in mente, pensai al giorno in cui avevo cambiato città, in cui avevo lasciato la famiglia, mi girai e guardai Mario che si fumava la milionesima sigaretta della notte, e senza riflettere gli chiesi se sentiva mai nostalgia di quando era bambino, mi guardò come si guarda un pazzo con il volto rigato dal sudore e gli occhi ancora rossi.
Mi girai verso il finestrino, stranamente rilassato, ripensando a cosa ci eravamo detti io e mia madre il giorno in cui me ne ero andato di casa, con lei c’era anche mio padre, ma non aveva partecipato alla discussione, se ne era rimasto in disparte tutto il tempo, ad un tratto dal cancello della maxi villa uscirono due uomini giganti che ci fissarono a me e a Mario con uno sguardo carico di odio, non ci volle molto a capire che si trattava di guardaspalle, quando si resero conto che eravamo due conigli tornarono dentro, di li a pochi minuti il cancello si riapri, riuscirono i due giganti, e dietro di loro una macchina, Mario pallido come un cadavere, io che pensavo al viso in lacrime di mia madre.
Improvvisamente Mario si volta verso di me e mi dice che ci hanno fregato, che i soldi non li avremmo mai visti, non capivo che cosa stesse cercando di dirmi, finché non ebbi un’illuminazione, come quelle che aveva Archimede nel fumetto topolino, capii a cosa alludeva Mario, era il periodo delle bombe in città, e diverse persone erano state uccise con un autobomba, qui l’autobomba eravamo noi, non capirò mai perché, ma invece di avere paura o pensare a scappare, mi sentivo stranamente in pace con me stesso, anche i mie genitori erano morti alcuni anni prima, non potei non pensare all’ultima cosa che dissi ai miei genitori prima di chiudere la porta e andarmene, gli dissi che ero giovane, che volevo farmi la mia vita, che sarei diventato qualcuno … e molte altre cose, poi alla fine come forma di congedo, io sono come il vento, ora voi salutate il vento.



