La lista degli invitati. – di Nicole Bensi
«Vi porterò in un locale giusto», enunciò Jessica alla macchinetta del caffè il lunedì pomeriggio alle 16. Il clan delle gnocche della Miriani snc reagì con un ammirato silenzio. Jessica era la cultrice del bon ton che parlava sibilando con una cadenza paesana da campagnola bella, che predicava la postura perfetta nelle cene coi miliardari da accalappiare ma che non perdeva tempo a salutare nessuna donna che non la adulasse e nessun uomo non sufficientemente figo da avere la sua attenzione. In tali casi, preferiva nascondersi tra i suoi capelli dritti, lunghi oltre le spalle, luminosi e ondeggianti, con l’effetto vento anche a quaranta gradi al sole, e dietro agli enormi occhiali da sole alle otto di mattina sotto la neve per sfuggire al riverbero nemico delle rughe.
In silenzio restò la Cele, che poi era Celestina, nome che puzzava di vecchio rispetto alla tinta di capelli arancio e la frangetta adagiata su quel naso aquilino che insieme al nome era l’unica cosa ereditata da un’ingombrante antenata di suo padre. Da quando aveva i capelli arancioni non faceva più nemmeno le lampade, per far risaltare il colorito pallido a contrasto col colore acceso.
«Sembri una squillo», l’aveva redarguita la fida Jessica quando all’indomani della tinta Cele le era corsa incontro a mani giunte in attesa del suo imprescindibile giudizio. Ci era rimasta male, e appena Jessica se n’era andata al suo ufficio sbattendo la porta, la Cele si era rifugiata in bagno a piangere. Come al rientro dal viaggio di nozze, quando Jessica aveva definito il pranzo del suo matrimonio “molto noioso”, e il vino “scadente”. Come i giorni in cui si metteva le minigonne inguinali per lasciar intravedere le gambe dritte e secche che puntualmente Jessica disapprovava; giorni in cui la Cele era costretta a fermare qualunque esemplare di maschio passasse nel suo raggio d’azione, ad alzarsi di scatto dalla sua postazione per avvicinarglisi e chiedergli: «Secondo te è troppo corta?». In rare occasioni l’esemplare di uomo le dava un dispiacere, anzi qualcuno si rendeva disponibile a misurare la reale lunghezza della gonna. Così lei si confortava e la sua giornata tornava serena. Il suo interlocutore preferito era Gianni, l’impiegato più vip tra gli impiegati, che non rinunciava mai alle vacanze a Formentera e come hobby si proclamava teorico del calcio. Lui concludeva le misurazioni sempre con la stessa frase: «Puoi fare di meglio».
«Ah sì?» e così lei poteva ridere, e liberarsi di quel senso di inadeguatezza che la sua migliore amica amava appiccicarle addosso. Davanti al caffè in silenzio restò Romina, che apparteneva alle adulatrici aggressive, la specie prediletta da Jessica: nonostante quel corpo parecchio debordante dall’obiettivo della taglia 42, nonostante la statura di poco più estesa della sua circonferenza adiposa, nonostante i capelli corti gialli a spazzola che sapevano di fumo. Ma gli occhi appuntiti di Romina sapevano schizzare un veleno di cui Jessica non sapeva fare a meno nel suo pontificare sul resto del mondo.
All’annuncio del locale giusto, la Cele rimase nella sua posizione preferita: a bocca aperta. Romina incrociò le braccia e approfondì: «Dove si va stavolta cava?» con quella erre avvitata che ostentava nobiltà di stirpe emiliana. «Si chiama PleasureSense. Milano, corso Como. Bella gente, modelli da paura» sentenziò Jessica, girando vorticosamente la stanghetta per mescolare lo zucchero nel cappuccino che le avrebbe garantito un aiuto all’intestino, quel giorno particolarmente pigro.
«Uhmmm…» commentò Romina come se stesse gustando una pasta fresca al cognac. «Sembva intevessante». «Vi porto mai in posti che non meritano?». «Ovvio cava, non mettiamo in dubbio».
«Costa molto l’ingresso?» chiese le Cele dopo aver chiuso e riaperto la bocca. «Non fare la pezzente come al solito» e Jessica si rivolse a Romina per darle l’assenso a far partire la risata. La risata partì sonora. «Ma lo sai… con la ristrutturazione della casa mio marito mi fa il culo se spendo tanto… da quando abbiamo firmato il mutuo trentennale è in para… a Milano non possiamo andarci tra un po’ di giorni? Così intanto gli passa il ricordo del mutuo…». «Tra due giorni è il mio compleanno, secondo te aspetto a festeggiare tra trenta anni quando tu avrai estinto i debiti?», e un’altra sollecitazione alla risata velenosa di Romina.
«Va bene, glielo chiedo. Ma chi viene?». «Ho pensato di dirlo a dieci persone al massimo. Gente che non stona con l’ambiente».
«Ti preparo io la mail con gli inviti?» si offrì la Cele. «Faccio io, che ho le frasi giuste». Jessica buttò il bicchierino nella pattumiera della Cele. Giusto. Pezzente. Bello. Il mondo di Jessica e dei suoi capelli girava attorno a quei tre aggettivi. La concessione della sua amicizia era subordinata a quante volte le donne erano disposte a farsi laccare le unghie da lei, a quali griffe indossavano, ma soprattutto al fatto che assecondassero sempre il suo bisogno di autoaffermazione. Nei giorni successivi si avvicendarono sequenze di mail piene di accattivanti prospettive per la serata milanese. La Cele con la storia del PleasureSense riempì di orgoglio il marito che a sua volta apprezzava i locali notturni di Milano, che non frequentava solo perché la sua carriera imprenditoriale di artista del legno non gli lasciava tempo. «Io non vengo, altrimenti se arrivo con la mia spider davanti al locale devo respingere le fighe che mi si struscerebbero contro. E tu, acciughina mia, saresti gelosa, vero?». Alla Cele si spense il sorriso, e non rispose, anche perché Jessica non aveva la minima intenzione di invitare i consorti, e si sentì confortata per il fatto che la topolino decappottabile rossa in cui lui aveva dilapidato parte dei suoi ricavi, con il viaggio a Milano gli sarebbe costata tanto quanto tre ingressi al PleasureSense. Oltre lei, Romina e Gianni il figo, furono invitati anche Stefano, della gestione vendite, che con le sue battute di adulazione e i discorsi improvvisati vantava un consenso di pubblico perché “Qualche cazzata Stefano te la tira sempre fuori”. E poi Manlio, altro ammiratore degli zigomi alti e del fondoschiena ondeggiante di Jessica, fanatico degli sport estremi, che lavorava in ufficio. Tra la moltitudine di colleghi che le offrivano il caffè alla macchinetta, Jessica doveva pure fare una selezione, e senza indugi si concentrò sugli impiegati d’ufficio, gli uffici “di sopra”, perché i magazzinieri non le parevano troppo in linea col Pleasure. Decise di escludere Silvia, che lavorava nello stesso ufficio di Manlio, Stefano e Romina, che aveva perso credibilità l’estate precedente organizzando la festa di compleanno in uno squallido pub di provincia. Jessica per evitare di farsi vedere da qualcuno dei “suoi” in quel posto imbarazzante, aveva finto mal di testa e se ne era andata ingrugnata. Imbarazzante era il quarto aggettivo, quello colto con cui Jessica stroncava le reputazioni. La mail di invito (che pregava i destinatari di non divulgare ad altri colleghi la notizia della serata) giunse anche a Stefania, presso la cui piscina Jessica si recava d’estate a farle le unghie, e a Marta che era la consulente informatica ideale presso cui trovare appoggio per sparlare del più e del meno. Rossella, la grande amica-sostituta durante la maternità della Cele, di frequente deliziata della sua famosa torta al cioccolato, fu esclusa. Rossella non aveva approfittato dei momenti di intimità della ricostruzione delle unghie per confessare anzitempo che di lì a qualche giorno sarebbe passata negli uffici “di sopra”. E Jessica non gliela perdonò. Non valse dire che lo spostamento fu fatto a insaputa della stessa Rossella. Rossella aveva tradito, e le unghie da quel momento se le sarebbe fatte fare da qualcun altro. A un maggior costo. La Cele investì in almeno dieci telefonate la scelta del vestito da indossare. A seguito dei suggerimenti di Gianni in merito a minigonna di pelle con stivali alla coscia, Jessica corse ai ripari: «Non vestirti da prostituta come tuo solito. Verrò da te la sera prima per dirti cosa puoi metterti». Alla Cele l’idea del collega preferito non dispiaceva, ma la festa era di Jessica. Forse sarebbe stata gelosa a vederla così scosciata. Si rassegnò ad un vestito a fiori che le aderiva su quella prima di reggiseno che tanto odiava. Arrivò l’agognato venerdì. Stefano dovette declinare l’invito per un’improvvisa puntatina presso un cliente fuori provincia che gli avrebbe impedito di essere puntuale. Così al parcheggio della Miriani oltre alla Cele, che della sua mise immaginata mantenne solo gli stivali alla coscia e un filo di ombretto sugli occhi, si presentarono Manlio che arrivò sgommando sulla sua station wagon ammaccata sul paraurti, Romina con la sigaretta tra le dita e una gonna vintage, Gianni con le mani in tasca per non essere tentato dal metterle in qualche altro punto, Marta con un abito nero fino ai piedi e un cappottino di panno blu (accostamento che provocò a Jessica un truce sguardo di cui la saccente Marta non si rese conto), e Stefania con i pantaloni neri e le scarpe basse. Tra il cappottino di panno e le scarpe basse Jessica avrebbe dovuto scegliere a cosa porre rimedio. Marta avrebbe fatto più storie, mentre Stefania era più accomodante, e di certo quelle scarpe avrebbero precluso il pass al Pleasure. «Ora tu vieni a casa mia, ti do io un paio di scarpe col tacco. Con quelle lì non ci lasciano entrare», le disse accompagnando le parole dure con un sorriso ammaliante.
«No dai, io sui tacchi non ci so stare…». «Non se ne parla» abbaiò Jessica, stretta in una sorta di muta da sub nera a fasciarle gambe e fondo schiena levigati dai massaggi, e in un giubbino nero corto con del pelo intorno al collo. «Partiamo che è ora. Chi guida?». E puntò Gianni prima che lo spericolato Manlio offrisse una gentilezza che lei, per preservare la sua incolumità, avrebbe dovuto rifiutare. «Andiamo» intimò al figo del gruppo, che diligentemente si avviò alla sua Yaris grigia. «Che macchina da pezzente, quand’è che ti decidi a comprarne una più decente?». Faceva anche le rime Jessica, forse era tutta lì la sua dote di ammaliatrice. Gianni mise in moto, Jessica gli si accomodò accanto: «Io so la strada, devo stare davanti, ma prima vai a casa mia, devo prestare delle scarpe a Stefania, che così è inguardabile». E si girò ai sedili posteriori invitando la Cele alla risata. E la Cele ubbidì. La macchina di Manlio con a bordo Romina e Marta sgommò dietro la Punto grigia. Mentre Jessica intimava a Stefania di reggersi sui calzari a tacco dodici, e mentre le intimava di non rovinargliele che le erano costate 250 euro in saldo, e mentre le suggeriva di fare passi corti e ondeggiare coi fianchi, Gianni sbirciava il sedile dietro per capire a che punto della coscia arrivassero gli stivaloni della Cele, che rideva, e finito di ridere restava con quella solita bocca aperta che inaugurava la serata. Davanti al locale arrivarono solo i passeggeri sulla Yaris, perché Manlio per esibire le sue doti di pilota spericolato li aveva superati e si era perso. Jessica alternava indicazioni a Gianni e via telefono a Romina per ricongiungere il gruppo. Nell’attesa dei ritardatari, Jessica non perse occasione per sponsorizzare la sua scelta. «Guardate che meraviglia, modelli alti due metri, con visi d’angelo. Peccato siano tutti omosessuali». «Devo considerarmi in pericolo?» chiese Gianni. E risata della Cele, che avrebbe riso anche se Gianni avesse chiesto un etto di prosciutto al supermercato. «Avrai di meglio da fare» e indicò due stangone a un metro da loro. «Dove le vedi tu donne così?». «Dici a me? Ma lo sai che a Formentera…». «Eccoci! C’è un traffico assurdo…» disse Manlio arrivando a grandi falcate, con le due colleghe appena dietro in una rincorsa trafelata. «Di te non ci si può mai fidare. Ringrazia che ti abbiamo aspettato qui al freddo». «Mi farò perdonare offrendovi il miglior champagne del locale». «Allora vai diretto in banca per il mutuo» esclamò Gianni, con conseguente risata della Cele. Il gruppo si avvicinò pieno di adrenalina alla porta del locale, dove un uomo della security faceva entrare le persone a gruppetti. Dalla porta a vetri si intravedevano luci stroboscopiche, e oltre quel vetro si inabissavano donne perfette piene di lustrini, dai visi levigati, i capelli ondulati e brillanti al cui confronto quelli di Jessica sembravano opachi. Uomini altissimi in giacca nera e sciarpa bianca, scarpe lucide, portamento elegante e sopracciglia depilate. Jessica, accecata dall’emozione, si avvicinò all’uomo della security e disse: «Siamo in sette, può farci entrare insieme?». Da dietro la stazza del buttafuori sbucò una ragazza di circa vent’anni, bionda, con la bocca sottile dipinta di fucsia e un cappotto più striminzito di quello di Jessica. La bionda fucsia, lanciando uno sguardo dall’alto in basso al cappotto blu di Marta e alla gonna vintage di Romina, chiese: «Quanti anni avete?». Jessica si girò verso le due colleghe con un lampo di odio per quell’abbigliamento che già dal parcheggio aveva riconosciuto come una minaccia. Marta chiese: «L’età? Io ne ho trentotto», e avrebbe aggiunto che aveva anche due bambini a casa, se proprio volevano farsi i fatti suoi. Romina la seguì: «Tventanove… pevché? Sevve la cavta d’identità?». «Spiacenti» disse la bionda fucsia «qui non entra nessuno sopra i trentacinque». Jessica di nuovo si voltò verso quelle due guastafeste come per punirle per la loro età avanzata. La rabbia cieca che l’invase le impedì di ribattere, ma le si infuocarono gli occhi che roteavano facendo i conti dell’età della gente che si era tirata dietro. La Cele trentaquattro, Stefania trentacinque, Gianni sforava coi trentanove. Lei di anni ne aveva appena compiuti trentasette, ma di certo per come era vestita nessuno avrebbe dubitato della sua età fisica.
Gianni si gonfiò il petto e si mise davanti alla bionda fucsia con lo sguardo più accattivante degli ultimi anni. Finalmente dopo il matrimonio aveva l’opportunità di rispolverare il suo charme e non vedeva l’ora di rimettersi alla prova. «Dai, non scherzare! Sai chi mi ha parlato di questo locale? Claudio Brigati». E siccome la bionda non dava segni di reazione, calò l’asso: «E’ un dirigente della Juve, è un mio caro amico. Di solito viene qua con Mirko Sala». Mirko Sala, dieci anni in nazionale e svariate pagine di gossip: nemmeno una bionda allergica al calcio avrebbe ignorato quel nome. Infatti la bionda disse: «Ah sì? Allora voi entrate pure… ma loro davvero non posso farle passare», disse indicando con l’indice e l’unghia fucsia gli abiti di Romina e Marta.
Jessica che vedeva avvicinarsi e allontanarsi il sapore della serata diede un’occhiata a Gianni, che però aveva esaurito le raccomandazioni altisonanti e allargò le braccia in segno di resa. Guardò la Cele, che di certo aveva capito la metà delle parole che erano state pronunciate negli ultimi frangenti e restava a bocca aperta ad ammirare Jessica. Guardò le impresentabili colleghe con Manlio che non reagiva. Vide il suo compleanno sfiorire in un pub da pezzenti. Sentì le risate di chi al lavoro avrebbe saputo di quella serata iniziata in gloria e finita in tragedia, vide la sua fama di donna vincente vacillare al ricordo di quel locale appena sfiorato e subito perso. Arricciò il naso nella sua smorfia preferita di disgusto, si assestò i capelli, si rivolse alla Cele dicendo: «Forza, noi entriamo. Dai Gianni, vai avanti». Gianni buttò giù la testa, infilò di nuovo le mani in tasca, e orgoglioso del fatto che gli effetti del suo fascino fossero rimasti inalterati nel tempo si fermò sulla porta, e rivolto alla bionda disse con gli occhi accesi di passione: «Ti aspetto al bancone per una birra, ti devo un favore!» e sparì tra i bagliori del locale.
«E loro?» balbettò la Cele rivolta ai tre traditori. Jessica raddrizzò la schiena e disse: «Sentite, purtroppo è andata così. Se volete quando usciamo ci troviamo alla vostra macchina. Nel caso vi perdiate ancora». Marta girò sui tacchi e sul suo cappotto blu e già pregustava la frase migliore con cui in ditta avrebbe raccontato quell’episodio a chi non era stato invitato; Romina spense la terza sigaretta schiacciandola con la suola della scarpa come avrebbe fatto volentieri sopra il naso arricciato di Jessica e disse con una diplomazia tradita dal veleno negli occhi: «Non impovta, ce la favemo a tornave a casa. Vero Manlio?». «Puoi giurarci!» disse Manlio, per cui non faceva alcuna differenza andare a bere in un pub. Anzi avrebbe risparmiato rispetto allo champagne. Jessica si girò verso Stefania, la esortò a entrare e diede un cenno col capo alla Cele: «Per fortuna che ti ho vestita io. Altrimenti restavi fuori anche tu». Una volta entrate Jessica fu confortata dallo splendore del luogo, quel luogo che si era meritata, e non sarebbero stati due abiti imbarazzanti a metterla in difficoltà.



