Formiche – di Enrico Selmi
Passava intere giornate a guardare le formiche percorrere lo spazio che le separava dal formicaio alle briciole di pane, che ogni mattina gettava fra l’erba del giardino sotto casa. Si sedeva su uno sgabello all’ombra della magnolia secolare che con le sue grandi braccia di foglie verdi e gommose avvolgeva in un fresco abbraccio quella parte del parco e osservava. Le formiche erano meticolose, lo erano sempre state e lo sarebbero state ancora per molti anni, per secoli, forse. Vanno leste in fila indiana, ben organizzate da un punto a un altro, senza uscire dalla traiettoria migliore, se non per schivare qualche ostacolo, un sasso, una foglia, la carta di inox che ricopriva il tappo della bottiglia di spumante, caduta dal sacchetto dell’immondizia a papà quella mattina.
«Ciao Pierino! Ci vediamo stasera, così mi racconti cosa hanno fatto oggi le tue formiche. Ciao!» aveva detto il padre al bambino che dopo aver alzato la mano e detto uno squillante «Ciao!» era ritornato a osservare il moto nero e ritmato, costantemente in divenire del plotone formicante.
C’erano Plixia e Rudinia, Volvorg e il signore dei ponti levatoi Prescot. Ogni formica di Pierino aveva un nome e faceva delle cose ben precise. C’era la formica lattaio e la formica riscossore tributario, la formica operaia e quella dattilografa. Le riconosceva una ad una e anche quando entravano nel formicaio per poi riuscirsene dopo aver depositato il prezioso bottino, Pierino le distingueva e continuava a seguirle incuriosito. Quando le briciole di pane finivano, Pierino provvedeva ad andare a prenderne una nuova razione in casa, stando ben attento a non farsi vedere dalla baby-sitter che lo avrebbe sgridato sicuramente, come sempre faceva prima di tornarsene a guardare la televisione. Quando papà era a lavoro, infatti, Pierino stava con Terry, la baby-sitter, perché la madre di Pierino era già da due anni che non viveva più con loro, con Pierino e con il padre e non c’era nessun’altro che si occupasse di lui. Saliva in casa, apriva la dispensa dove veniva conservato il pane vecchio, ne prendeva un bel pezzo e se ne tronava giù. Lo sbriciolava ben bene, in modo che non ci fossero pezzi troppo grandi, anche se a volte si divertiva a vedere cosa facevano le formiche con quei pezzi più grossi, e una volta fatto ciò, tornava a sedersi sul suo sgabello ad osservare. Il caldo del pomeriggio non scoraggiava Pierino che munito di una borraccia d’acqua ghiacciata, un berretto in testa e un bel pezzo di pane duro, alle tre del pomeriggio era già al suo posto privilegiato di osservazione.
Ogni tanto qualche bambino, a volte dei gruppetti urlanti, passavano di là e chiamavano Pierino perché andasse a giocare con loro a palla, o a fare un giro in bicicletta o per fare assieme uno scalone.
«Ciao Pierino, vieni a giocare a mosca ceca con noi?» gli dicevano.
«No, adesso non mi va» rispondeva lui senza nemmeno guardarli.
«E che fai là allora?» ribattevano
«Guardo le formiche»
«Guardi le formiche?»
«Sì, guardo le formiche che portano il pane nella loro casa»
«E perché?»
«Perché è molto interessante» rispondeva Pierino.
Allora i bambini si guardavano tra loro e dopo aver alzato le spalle se ne andavano più urlanti di prima, rincorrendosi fra mille schiamazzi.
Il padre accortosi che il figlio trascorreva intere giornate rapito dalla vista dell’andare e venire delle formiche, pensò di dissuaderlo, regalandogli una bicicletta nuova, rossa fiammante, con le rotelle nere e le stanghe in acciaio cromato.
«Ti piace Pierino?» chiese il padre dopo aver portato sotto la magnolia il regalo comprato per il figlio.
«Sì papà, grazie» rispose lui. La guardò per qualche secondo per poi tornare alla sua occupazione, le formiche che camminavano senza perdere il ritmo difronte ai suoi occhi.
«Non ti va di provarla? Magari usciamo dal cancello, così in strada dove c’è il cemento più liscio vai anche meglio.»
«Adesso no papà, fra poco nella terra delle formiche si dovrà deciderà chi sarà il successore al trono del formicaio e non voglio perdermi questo momento così importante. Magari un’altra volta.»
Il padre non seppe cosa dire, pensava che il figlio stesse fantasticando un mondo divertente, ma era pur sempre preoccupato per non riuscire a distrarlo da quel passatempo che pensava non gli avrebbe fato bene a lungo andare. Da quando la madre se ne era andata di casa, il bambino aveva iniziato a parlare sempre meno, fino a isolarsi quasi completamente sia nei giochi che a scuola.
Ora che era arrivata l’estate sarebbe stato necessario trovare qualcosa da fargli fare o c’era il rischio che si chiudesse, come stava già facendo, ancora di più.
Pierino in effetti un mondo fantastico nel corso dei giorni era andato costruendolo e ora i suoi occhi non vedevano più delle semplici formiche muoversi veloci sulla terra del giardino, ma veri e propri personaggi protagonisti di avventure inenarrabili per la grandezza delle imprese e delle esperienze.
I giorni trascorrevano e Pierino ogni mattina scendeva alla magnolia per portare il pane alle sue formiche.
Quella mattina, alle nove, faceva già molto caldo. Nell’aria Pierino sentì come una strana brezza che rendeva tutte le cose irreali. Fece qualche passo fra l’erba secca e ingiallita e quando fu alla giusta distanza dal formicaio sbriciolò il pane lasciandolo cadere a terra casualmente. Alcuni secondi passarono ma nemmeno una formica usciva dal formicaio diretta al pane. Allora Pierino andò verso il foro che scuro si inoltrava nel sottosuolo e con l’occhio a fil di terra sbirciò all’interno. Poi disse:
«Formiche dove siete andate a finire? State ancora dormendo? Plixia, Rudinia, dove siete? Venite fuori dai!»
Niente. Nessuna formica faceva capolino dal foro del formicaio. Pierino si ritrasse da terra e incrociò le braccia pensieroso. Cosa potrà essere successo? Non riusciva a darsi una risposta e intanto una sorta di rassegnazione andava a riempire quel vuoto che l’assenza delle formiche aveva iniziato a formare. Una lacrima uscì dal suo occhio sinistro e poi una dal destro e poi Pierino si sedette a terra e iniziò a piangere silenziosamente, singhiozzando per la perdita delle sue formiche.
«Perché piangi?»
Una voce da oltre la ringhiera marrone che circondava il parco della casa arrivò fino alle orecchie di Pierino. Tirando su dal naso, alzò la testa in direzione della strada. Una bionda bambina vestita con una maglia bianca in cotone e pantaloncini in tela rossa gli sorrideva con in mano una palla rosa e blu.
«Non sto piangendo» disse mostrando due occhi rossi e gonfi di lacrime.
«A me sembra di sì» disse la bambina. «Vieni a giocare?»
«Le formiche sono fuggite»
«Quali formiche?»
«Le formiche della Valle Magica» disse Pierino alzandosi in piedi e andando verso la ringhiera marrone. «Penso di aver capito che cosa è successo. Il Signore dei Due Mondi le ha sterminate per punirle per aver disobbedito quando aveva chiesto loro di combattere contro le armate del Bene. Si sono rifiutate e così hanno pagato il loro coraggio.»
«Ed è per questo che stai piangendo?»
«Sto piangendo perché non le rivedrò mai più.»
«Ma forse ne conoscerai delle altre» disse la bambina «Ma intanto vieni a giocare con me?»
«Va bene» disse Pierino. Asciugate le lacrime si diresse verso il cancello di ferro battuto e dopo aver premuto il bottone di apertura uscì in strada per giocare assieme alla bambina con la palla rosa e blu.
Pierino nei giorni successivi tornò al formicaio per vedere se qualche formica era sopravvissuta e per vedere anche se altre di nuove avevano scelto di abitare nel formicaio sotto la magnolia. Accortosi che nessuna formica tornava e nessuna di nuova arrivava, abbandonò il formicaio per la bicicletta rossa e i giochi fuori in strada.
Una volta cresciuto Pietro ricordò quel giorno in cui le formiche scomparirono. Accadde mentre sulla metropolitana vide una formica sbucare dalla tasca di un signore sulla cinquantina con cappotto verde e borsa a tracolla. Era nera e grossa, la formica, come quelle che dal foro sotto la magnolia procedevano ordinate verso il pane sull’erba. Non seppe mai dare una risposta alla domanda: dove sono andate le formiche?




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Franz
11 febbraio 2012 alle 21:17